5 mete romantiche da non perdere

Nella settimana di San Valentino non poteva mancare un piccolo elenco di mete romantiche da visitare in Sud Italia sia durante il mese degli innamorati che durante tutto l’anno perché, si sa, l’amore è senza tempo! Abbiamo scelto un luogo simbolo per ogni regione del Sud Italia tra Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, ma sappiamo che il nostro Paese è ricco di posti suggestivi che andranno sicuramente aggiunti a questa lista. Ecco quelli scelti da noi.

  1. Trentinara – Campania
    Il borgo di Trentinara si trova in Cilento ed è collocato su una zona collinare a circa 600 metri s.l.m, godendo di un bellissimo panorama sulla Piana del Sele. Questo paesino ha la particolarità di essere totalmente dedicato all’amore, agli innamorati e ai tramonti romantici, tanto che recentemente è stato realizzato il Giardino dei tramonti, un punto panoramico dove affacciarsi per ammirare il sole che cala, tingendo di rosa la vallata sottostante che dolcemente arriva fino al mare. A Trentinara, inoltre, potrete sostare nel giardino degli innamorati, attraversare la via dell’amore e scoprire la “Preta ‘ncatenata” ovvero la scultura romantica del brigante Saul e della sua amata Isabella e potrete (anzi dovrete!) scambiarvi un bacio dove troverete l’inconfondibile segnale “Kiss Please”.

2. Alberobello
La città di Alberobello è un luogo da visitare in ogni stagione, ma farlo durante il periodo di San Valentino oltre ad essere ancora più romantico è anche più comodo, perché i grossi flussi turistici che interessano la cittadina a partire dalla primavera inoltrata sono ancora piuttosto lontani e potrete godervi la vostra gita in totale tranquillità. Inoltre a San Valentino il paese viene addobbato con allestimenti tematici che contribuiscono a creare un’atmosfera romantica e fiabesca, che vale assolutamente una visita. A proposito, durante la vostra passeggiata, non dimenticate di individuare il trullo con un cuore dipinto in calce sul tetto. I simboli presenti sulle sommità dei trulli hanno un valore propiziatorio e derivano dall’antica tradizione contadina che vedeva nell’uso della simbologia un potente mezzo contro il malocchio. Cercate quelli più particolari e divertitevi a viaggiare con la fantasia!


Matera e la fontana degli innamorati
Tra le mete romantiche non poteva mancare Matera, una città magica che non smette di riservare sorprese ai viaggiatori. Questo è il caso della Fontana degli innamorati, un monumento molto particolare dedicato all’amore e al corteggiamento romantico. La fontana è in realtà un’installazione formata da un gruppo scultoreo di 5 figure a grandezza naturale: una fanciulla che riempie un’anforetta alla fontana, un giovane che si avvicina ad essa e tre ragazzi che osservano la scena da lontano. Il monumento celebra gli antichi corteggiamenti del paese, i quali potevano avvenire solo in precisi e rari momenti, uno tra questi? Proprio quando le donne si recavano a fare rifornimento d’acqua presso l’antica fontana. Durante questa operazione, infatti, le fanciulle erano da sole, perciò i giovani le attendevano al muretto e approfittavano di quei brevi istanti per dar luogo a corteggiamenti e accordarsi su fugaci appuntamenti futuri.

Il Convento di San Daniele a Belvedere Marittimo
Forse non tutti sanno che la Calabria ha un legame particolare con il Santo protettore degli innamorati. Sì, perché una parte delle sue reliquie si trova presso il convento di San Daniele dei Padri Cappuccini, nella città di Belvedere Marittimo. Ma partiamo dal perché San Valentino è considerato il patrono dell’amore: secondo la tradizione il santo donò ad una fanciulla una dote in denaro, senza la quale non avrebbe potuto sposarsi, da allora la sua figura fu associata alle unioni romantiche. Nel 1969, nel Convento di San Daniele fu scoperta un’ampolla con sangue e frammenti di ossa, durante alcuni lavori di manutenzione. L’ampolla, messa in relazione con una lettera del Vaticano risalente al 1700 fa riferimento a tali spoglie associandole a San Valentino, che da allora è venerato in questo luogo sacro.

5.Isola di Ortigia e la Grotta degli innamorati
l’isola di Ortigia in Sicilia è famosa, tra le sue tante bellezze storiche e paesaggistiche, anche per la particolarità delle sue grotte marine, che possono essere visitate con escursioni in barca durante il periodo estivo. Tra queste c’è anche la Grotta degli innamorati che si riconosce immediatamente per la sua conformazione rocciosa che ricorda la sagoma di un grande cuore.

Il nostro elenco si conclude qui, ma sappiamo che ci sono tantissime altre mete romantiche da visitare.
Non resta che scegliere la prossima tappa e decidere di andare alla scoperta della natura e della storia, nel segno dell’amore!

6 motivi per visitare la Calabria in inverno

Visitare la Calabria in inverno? Un’ottima idea per chi vuole godersi tutte le sfumature più suggestive (e forse meno conosciute di questa regione!)

Per la maggior parte dei viaggiatori visitare la Calabria è un’attività da organizzare esclusivamente durante la bella stagione, tra spiagge di sabbia bianca, paesini sul mare e caldi paesaggi assolati popolati viti e da agrumeti. Questo succede perché siamo abituati ad immaginare la Calabria come una meta esclusivamente estiva, ma non è così!

Qui storia, arte, tradizioni secolari e gastronomia alimentano tutto l’anno la vita di borghi e città e le montagne. Queste, se in estate sono splendidi paradisi incontaminati, durante l’inverno si coprono di neve trasformandosi in scenari dai colori candidi, pronti ad ospitare i viaggiatori appassionati di sport e passeggiate invernali.

Ecco allora 6 buoni motivi per visitare la Calabria in inverno:

1.Parco Nazionale della Sila
Il Parco, che prende il nome dall’omonima catena montuosa è Patrimonio dell’Unesco. Oltre ad ospitare un ecosistema vario di grande bellezza (troviamo il lupo, simbolo del Parco, daini, cervi ecc…), qui è possibile fare trekking e praticare lo sci o passeggiate in ciaspole godendo del panorama imbiancato dalla neve e respirando aria pulita.

2.Bronzi di Riace a Reggio Calabria
A Reggio Calabria c’è il Museo Archeologico Nazionale, uno dei musei italiani più importanti dedicati alla Magna Grecia. Questo è decisamente un luogo da non perdere, soprattutto per gli amanti di storia e cultura, che potranno ammirare i Bronzi, probabili originali greci risalenti al V secolo A.C

3.Borghi
Alcuni borghi della Calabria sono piccoli universi da scoprire. Qui la gastronomia è genuina, le comunità locali ospitali e tutto sembra immerso in una dimensione antica, dove valori e tradizioni sono rimasti immutati nei secoli. Proprio in provincia di Reggi Calabria ne troviamo 3 che sono assolutamente da non perdere e sono Gerace, Bova e Stilo (quest’ultimo famoso anche per la sua caratteristica Cattolica, una piccola e suggestiva chiesa bizantina risalente al X secolo. Ci sono, poi, tanti altri piccoli paesini da scoprire, come Morano Calabro,Bandiera arancione e Borgo tra i più belli d’Italia. Questo borgo ha una forma inconfondibile (si sviluppa come un nastro che si avvolge in altezza sull’altura di un colle) e la sua sagoma, che in inverno ricorda quella di un presepe arroccato) è impossibile da dimenticare!

4.Parco Nazionale del Pollino
È il Parco Nazionale più grande d’Italia e Patrimonio dell’Unesco, comprende diversi comuni e si estende tra Basilicata e Calabria. Se siete amanti degli sport invernali e avete deciso di visitare la Calabria in inverno potrete dedicarvi allo sci e alle ciaspolate. Sport che vi condurranno in luoghi panoramici dove ammirare panorami sconfinati, la natura imbiancata e i giganteschi pini loricati (simbolo del luogo) ricoperti di neve.

5. Tour enogastronomici
L’enogastronomia non va in vacanza! Tutto l’anno in Calabria buon cibo e ottimo vino sono presenti sulle tavole di ogni città e piccolo paesino. Ma se visiterete la Calabria in inverno, scoprirete che è proprio in questo periodo e in particolare nei centri montani che troviamo le pietanze più ricche e corpose fatte con i prodotti genuini che offre la gastronomia locale. La lavorazione della carne in Calabria è un must: carni bovine, suine e ovine da mangiare arrosto, stufate o come condimento di ottimi sughi per paste fatte a mano sono una vera specialità. Il Caciocavallo Silano merita un assaggio, così come il Pecorino del Monte Poro,  la ricotta salata, il pecorino di primo sale. La ‘Nduja Spalmabile, con il capocollo e la  sopressata, sono immancabili su rustici taglieri, accompagnati da vini locali che esalteranno al meglio ogni nota di gusto.

6. Ispirazioni di viaggio
Ci sono tantissime ispirazioni di viaggio e suggerimenti che permettono di adattarsi a tutti i tipi di viaggiatore. Qualche idea? Visita i nostri pacchetti su www.lovesouthitaly.it

Il Ponte del Diavolo a Civita: un ponte leggendario

Se dovessimo fare una lista con tutti i Ponti del Diavolo sparsi per il mondo, sicuramente ne perderemmo il conto!
Questa denominazione, infatti, si usa tradizionalmente per indicare un particolare tipo di ponte che, a prima vista, sembra impossibile mantenersi in piedi, a causa della sua collocazione precaria. Ponti così non sembrano opere che l’uomo può costruire da solo, sembrano, piuttosto, il risultato di un patto fatto col diavolo!

Uno di questi suggestivi esempi architettonici è a Civita, un piccolo comune in provincia Cosenza, nel Parco Nazionale del Pollino. Il borgo, oggi Bandiera Arancione, era già abitato al tempo dei romani e il suo antico nome era Castrum Sancti Salvatoris, fu chiamato Civita attorno al 1500, dagli esuli provenienti dall’Albania che qui si stanziarono e ancora oggi popolano la città, formando la minoranza linguistica Arbëresh.
Il Ponte del Diavolo, oggi, è un po’ il simbolo di Civita e da sempre richiama viaggiatori e turisti, desiderosi di vederlo da vicino.

Secondo ultime ipotesi, la costruzione di questo ponte risalirebbe all’epoca medievale, anche se in realtà doveva sorgere su un ponte preesistente di epoca romana, usato per attraversare il fiume Raganello.

Ma come è fatto il Ponte del Diavolo a Civita?

Il Ponte del Diavolo a Civita è in pietra, ha la tipica arcata detta “a dorso d’asino” ed è posto a 260 metri d’altezza sul Raganello. Effettivamente, il ponte insiste su un tratto abbastanza impervio e, osservato da lontano, sembra che quasi sia in bilico sul fiume sottostante. Eppure al tempo stesso pare mantenersi incredibilmente in piedi!
Questa notevole opera ingegneristica, proprio per le caratteristiche che abbiamo analizzato, ha da sempre solleticato la fantasia popolare, secondo cui non poteva essere opera umana, ma diabolica!

La leggenda

Secondo la leggenda, fu un proprietario terriero del posto a volere la costruzione del ponte: così sarebbe stato più facile per lui attraversare il fiume. Rendendosi conto che l’opera di costruzione era ambiziosa, per non dire impossibile, invocò il diavolo in persona, chiedendogli di innalzare un ponte sul tratto indicato: questi avrebbe poi ricevuto in cambio l’anima del primo passante lungo il nuovo ponte. Il Diavolo accettò il patto e nel giro di una sola notte, in cui era in atto un terribile temporale, costruì il ponte.
Tutto quello che restava da fare era attendere il primo passante per ottenere la sua anima!
Ma il proprietario terriero fece attraversare il ponte ad una delle sue pecore, ingannando il diavolo che allora tentò di distruggere la sua stessa opera. Tuttavia l’architettura era troppo resistente e al diavolo non restò che andar via, sprofondando in una nube di fumo.

Gli Eventi

Per ironia della sorte, la sera del 28 marzo del 1998, proprio a causa di un forte temporale il ponte crollò; furono necessari alcuni anni di lavori accurati e precisi, per ricostruire il ponte su modello dell’originaria struttura, che fu inaugurato il 25 gennaio 2005.
A seguito di alcuni studi su documenti d’archivio è emerso, inoltre, che il ponte era già crollato nel 1840. Fu, poi, ricostruito per volere dei comuni circostanti, per i quali il ponte sul Raganello era di grande importanza strategica e logistica!

La festa di San Leone a Saracena: l’anima autentica del borgo

Voglio accompagnarvi lungo le strade di Saracena. Voglio che vediate l’imbrunire del 19 febbraio come non l’avete mai visto, anche quest’anno in cui possiamo solo immaginarlo. Questa è la festa in cui saltano tutti i classici schemi religiosi, l’occasione per ritrovare l’autentico spirito della comunità: San Leone non è solo un santo, è l’identità stessa di un popolo laborioso e spontaneo che ritorna alle sue radici. 

Il freddo è pungente e l’aria, profumata di rami d’ulivo recisi e legna secca, accatastati in grandi quantità e addossati ai muri delle case, presto si riempirà di un nuovo odore: quello del fuoco che brucia in onore del Santo Patrono a cui i saracenari rivolgono preghiere e richieste e che stasera, come da quasi mille anni, celebreranno rumorosamente, gioiosamente. 

I “fucarazzi” , falò imponenti allestiti in ogni quartiere, bruciano in attesa del passaggio del vessillo portato in corteo al posto della statua e ancora fuoco accompagna il percorso nei vicoli del paesino: le “varvasche” – fiaccole di cera anticamente ricavate dal tasso barbasco, erba spontanea del Pollino – si contano numerose e formano un fiume rosso e scoppiettante che, partendo dalla chiesa, prega e purifica l’aria al suo passaggio, scacciando il male e predisponendo la natura alla rinascita, in un evidente intreccio fra rito cristiano e pagano.

Preghiere sì, ma soprattutto canti e balli che rimandano alla tradizione contadina e pastorale calabrese, coi suoi strumenti tipici: fisarmoniche, “ciaramedde”(zampogne tradizionali), “cupu cupu”(secchi rivestiti con pelle di pecora bucati nella parte superiore in cui viene inserita una canna ) e “ciancianedde”( rami decorati con fiocchi variopinti e campanelli, che svettano sui fedeli producendo rumore, con chiara funzione apotropaica).

A riscaldare l’aria e gli animi contribuisce il vino, rosso e di produzione locale, meglio ancora se familiare, che colorisce le gote e alleggerisce lo spirito, spingendo i fedeli a danzare, intrecciando le proprie mani per creare cerchi e saltellare al ritmo di antiche tarantelle che davvero poco hanno di sacro. Si ride, si schiamazza, qualcuno urla “viva San Leone!” o “semp Santu Liun’!” e la folla festante risponde in coro al richiamo, in una manifestazione di gioia collettiva che diventa a tratti euforia. 

Intorno a noi scorre tutto il paese: si parte dalle strade dritte e anonime della parte superiore e moderna per poi addentrarsi nel cuore originario del borgo, il centro storico arabo-bizantino dalle architetture articolare, complesse e allo stesso tempo semplici che costituiscono la “kasbah” di Saracena, gioiello unico e prezioso.

 Il serpente di gente risale dalla parte più bassa dell’abitato, l’antica piazza Scarano, e c’è chi corre per raggiungere prima degli altri piazza Santo Lio, posizionata a metá fra il borgo nuovo e quello antico, dove il portone spalancato della chiesa madre attende il corteo per il culmine della serata: i balli e i canti sull’altare maggiore, sotto l’occhio paterno della statua di San Leone Vescovo, posta in alto perché tutti possano ammirarla, pronta ad ascoltare l’inno del protettore e le acclamazioni urlate a squarciagola, ostentate.

La chiesa si riempie, è gremita. Fedeli, ospiti e curiosi accorsi dai paesi limitrofi trovano posto dove possono, anche in piedi sui banconi, per vedere i gruppi colorati che, attraverso la navata principale, raggiungono l’altare e lì danzano fragorosamente per ringraziare il santo che scacciò la carestia e salvò la comunità, legandola indissolubilmente a sé. Così si manifestano fede e devozione e al contempo ci si libera delle paure per vivere un momento di spensieratezza totale, certi che San Leone comprenderà i nostri gesti, che non ci importa vengano capiti dagli altri: ciò che davvero conta è che Lui ci ascolti, ci abbracci, ci accolga a modo nostro, un modo tutto saracenaro.

Lentamente i fedeli rendono omaggio al Protettore e poi passando dalla sacrestia, posta sul lato destro dell’altare, cercano di farsi spazio attraverso le navate laterali fino all’uscita, dove si torna a respirare dopo essere stati avvolti da una marea umana di ogni età. Ci si incammina verso i quartieri, i “vicinanz”, dove è tutto pronto per condividere la cena con i propri vicini e amici, all’aria aperta o in luoghi organizzati, con musiche e balli, accogliendo gli avventori che passeggeranno tutta la notte e offrendo loro un bicchiere di vino, delle olive, un pezzo di salsiccia o i “cannaricoli”, dolcetti tipici che contengono un ingrediente speciale: il moscato di Saracena, delizioso vino liquoroso e presidio Slow Food di cui le donne di ogni famiglia custodiscono gelosamente la ricetta e che mette ancora più gioia se bevuto di fronte a un falò ardente, ascoltando racconti antichi e ridendo in compagnia. 

La festa termina alle prime luci dell’alba, quando delle cataste di frasche profumate non rimane che un mucchio di rametti, quando quasi tutti i “fucarazzi” sono spenti e gli ultimi abitanti tornano alle loro case per riposare dopo la notte insonne, quando le strade sono coperte di cenere e l’aria odora di fumo.

La meraviglia del rito si è compiuta di nuovo, un rito dai tratti unici e autentici, profondamente sentito dalla comunità di Saracena, che non rinuncia per una notte a chiudersi in se stessa e contemporaneamente ad accogliere, regalando a chiunque voglia raggiungere questo borgo immerso nel Parco Nazionale del Pollino un’esperienza senza tempo, immutabile e immutata, per alcuni scioccante, ma certamente indimenticabile e da preservare. 

In copertina – Folla festante durante la seconda parte dei festeggiamenti a piazza Scarano – foto da fuoriporta.org

La Foresta Umbra è ….in Puglia!

Chi sente nominare per la prima volta la Foresta Umbra tutto potrebbe immaginare, tranne che si trovi in Puglia e, per la precisione, all’interno del Parco Nazionale del Gargano.

La denominazione “Umbra”, infatti, significa ombrosa ed è dovuta alla grande quantità di vegetazione e in particolare di alberi che in alcuni punti non lasciano passare i raggi del sole.

Questa bellissima riserva naturale, che in estate è una vera oasi di freschezza e ristoro, in autunno si trasforma in un quadro dai bellissimi colori in cui immergersi.

Gli alberi che in questi boschi hanno trovato la propria dimora hanno una interessante particolarità: sono poco comuni al sud Italia, mentre abbondano nelle regioni del Nord. Qui possono crescere proprio per il clima fresco (e freddo) presente in ogni periodo dell’anno.

Parliamo di faggi, cerri, aceri e tigli che insieme ai lecci tipici della vegetazione mediterranea in autunno esplodono in uno spettacolo dalle mille sfumature dorate e rossicce.  

Un po’ di numeri sulla Foresta Umbra

La Foresta Umbra è situata ad un’altitudine di circa 800 metri;

la sua estensione comprende circa 15.000 ettari;

vanta oltre 2.000 di specie vegetali;

dal 2017 le sue faggete vetuste sono patrimonio UNESCO.

Insomma questa riserva è il paradiso naturale per grandi e piccini che, immersi nei colori della natura, con un po’ di fortuna, potranno incontrare tassi, caprioli e volpi

Visitare la riserva è semplice e ci si può affidare ad organizzazioni e cooperative locali, che accompagneranno i visitatori lungo piacevoli percorsi. In alternativa è possibile anche intraprendere passeggiate ed escursioni da soli, affidandosi alla segnaletica e facendo sempre attenzione e agendo nel pieno rispetto della flora e della fauna locale.

Siete instancabili sportivi?

Allora in questo caso non potrete perdere la possibilità di percorrere svariati itinerari di ogni lunghezza e grado di difficoltà. Inoltre, le numerose aree per picnic, sono l’ideale per una pausa rigenerante delimitate e sono dotate di tavoli in legno e panchine.

La soppressata, in Calabria è DOP

Uno dei cibi che accomuna molte tra le regioni del Sud Italia è la soppressata. La troviamo in Campania, in Puglia e in Basilicata, ma è in Calabria che la soppressata acquista il marchio DOP (Denominazione Origine Protetta), a significare che proprio in questa regione se ne riconosce una certa specificità.

La lavorazione della soppressata in Calabria e in tutto il Sud Italia è una tradizione lunga secoli che si perde tra gli antichi mestieri di un tempo. Dobbiamo attendere il 1691 per avere una delle prime testimonianze concrete che ci parli di questo particolare salume: la troviamo nell’opera Della Calabria Illustrata, dove Padre Giovanni Fiore da Cropani elenca, tra le carni salate, quelle che venivano trasformate “in Lardi, in Salsicci, in Suppressate, e somiglianti”

Perché la soppressata si chiama così?

Il nome come è facile immaginare ha origine dall’azione di pressione che viene compiuta quando l’insaccato è in fase di essiccazione, per dargli una forma appiattita. Il termine stesso, poi, subisce dei leggeri cambiamenti a seconda della regione in cui ci troviamo, Nel dialetto luca.no, ad esempio, si dice  “subbursata” oppure “soperzata” mentre in puglia  “sebbursète”.

Lavorazione della soppressata

La lavorazione prevede l’uso di carne fresca di suino ricavata dai tagli più pregiati, come la spalla, la coscia e il filetto. C’è poi anche una parte grassa, costituita dal lardo in percentuale variabile dal 4 al 15% per ogni chilogrammo di carne. La carne è tagliata in pezzi grossolani con la famosa tecnica detta a punta di coltello, che mantiene le porzioni piuttosto compatte. Alla carne sono uniti aromi e spezie (in qualche caso viene aggiunto peperoncino piccante) e l’impasto viene tritato e poi racchiuso in un budello preferibilmente naturale, precedentemente sterilizzato e il tutto viene poi legato con spago, per una migliore saldatura.

Essicazione

Ma la preparazione delle soppressata non finisce qui! Appena realizzata, infatti, è sottoposta ad una fase molto importante, che ne deteriminerà il risultato finale: l’essicazione, che avviene secondo standard ben precisi. Innanzitutto la luce, o meglio il buio: l’essicazione deve avvenire in un ambiente non illuminato. Poi, il tempo: il processo dalle 3 alle 12 settimane, a seconda del peso, diametro e risultato che si vuole ottenere (la soppressata DOP di Calabria prevede una stagionatura di almeno 45 giorni).

Regole ferree:

Affinché la soppressata di Calabria possa avere il marchio DOP ci sono delle precisissime regole da seguire, dalla scelta della carne, al metodo di essicazione. Volete conoscerne alcune?

  1. La Soppressata di Calabria deve essere ottenuta dalla lavorazione di carni di suini nati nel territorio
    delle regioni Calabria, Basilicata, Sicilia, Puglia e Campania e allevati nel territorio della regione
    Calabria dall’età massima di quattro mesi.

2. Le fasi di macellazione e lavorazione devono aver luogo nel territorio calabrese.

3. Il peso medio del lotto dei suini alla macellazione deve essere non inferiore a 140 kg.


Queste sono solo alcune delle norme, e potete trovare le altre anche online consultabili sul disciplinare del prodotto.

Abbinamenti
Ma veniamo alla parte più interessante: come mangiare la soppressata?
Perfetta come antipasto su un tagliere di salumi e formaggio è ottima accompagnata da pane casereccio condito e sott’oli locali. Il vino da scegliere dovrebbe avere una media corposità (come un Aglianico, ad esempio) o potrebbe essere sostituita da una birra chiara leggera o anche una doppia malto, per un accostamento dalle note più consistenti.



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